Miskov: ACTA vuol mettere il copyright su diritti e libertà fondamentali. Smer: non lo ratifichiamo

Il Ministro dell’Economia Juraj Miskov ha fermato ieri il processo di ratifica dell’accordo internazionale anti-contraffazione ACTA, che era stato firmato a Tokio dai rappresentanti dell’Unione Europea dieci giorni fa ma che necessita della ratifica di tutti i paesi membri e dell’Europarlamento per divenire effettivo sul suo territorio. «L’accordo ACTA contiene molte inesattezze e formulazioni vaghe, pone quindi potenziali rischi di creare una situazione indesiderabile. Io non sosterrà un accordo che possa in qualche modo limitare i diritti fondamentali e le libertà dell’uomo, sovrapponendo la protezione del copyright su questi diritti», ha detto Miskov (Libertà e Solidarietà / SaS) per spiegare la sua posizione.

Il Ministro ha dunque deciso di avviare un dialogo pubblico aperto sulla questione. «La nostra priorità è prima di comunicare, poi ascoltare e solo allora prendere in considerazione ulteriori azioni. Vogliamo evitare l’adozione di trattati che potrebbero frenare i diritti umani e le libertà», ha informato Miskov. La stessa cosa veniva chiesta dalle centinaia di giovani che hanno protestato sabato davanti al Governo con il raduno «Stop ACTA!» e di cui diciamo in altro articolo.

Il punto di vista del Ministro è condiviso dal più forte partito di opposizione Smer-SD, il quale ha già espresso la sua disapprovazione per l’attuale versione di ACTA, come il suo presidente Robert Fico ha avuto modo di illustrare in una conferenza stampa precedente sempre ieri. ACTA nella sua forma attuale, secondo Smer, non può essere ratificato in Slovacchia, e se il partito sarà nel nuovo Governo dopo marzo, di certo questo atto non verrà appoggiato. Del resto, ha aggiunto l’Europarlamentare Monika Flasikova-Benova, l’intero processo di elaborazione del trattato non è stato trasparente fin dall’inizio. «Non sappiamo ancora cosa significhino alcune parti del contratto e come verranno interpretate nella pratica», ha concluso Fico.

Il trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), nato per evitare le contraffazioni estendendo a livello globale la tutela della proprietà intellettuale e industriale, è già stato ratificato da Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Marocco e Corea del Sud.  È stato inoltre finora firmato da 22 Stati membri dell’UE.

La formulazione del trattato è vista con sospetto e contestata anche da altri cinque paesi europei che ancora non l’hanno ratificato. Oltre alla Slovacchia, anche Cipro, Estonia, Germania, Olanda non sono molto convinti, ma è soprattutto la Polonia che sta tenendo l’Ue in scacco in questo momento, unico Paese che ha pubblicamente rotto il silenzio sulla questione. Dopo che la scorsa settimana gli hackers hanno messo k.o. gran parte dei siti governativi (nonostante un appello di Anonynous a fermarsi per lasciar decidere la politica), il Premier Donald Tusk ha detto venerdì che valuterà attentamente con il suo staff il trattato perché non abbia effetti collaterali negativi sui propri cittadini. Il nodo della questione è, come spiega il sito Tom’s hardware, che il documento sembra considerare il diritto alla privacy secondario rispetto alla tutela degli interessi industriali, in completa antitesi con la proposta di riforma sulla protezione dei dati presentata dalla Commissaria UE per la Giustizia Viviane Reding. Senza contare la possibilità per i paesi non-democratici di approfittare di questi strumenti per dare una parvenza di legalità alla censura. Esce a sorpresa, poi, anche il mea culpa dell’Ambasciatore sloveno a Tokio, Helena Drnovsek Zorko, che ha ammesso di aver firmato dove le hanno detto senza aver accuratamente letto dietro le pieghe del trattato che, «secondo la mia convinzione civica, limita e riduce le libertà operative sul più grande e significativo network della storia umana, e quindi limita in particolare il futuro dei nostri figli».

Il termine ultimo per l’approvazione del disegno di legge da parte di tutti gli Stati membri è maggio 2013, ma il prossimo appuntamento è a Strasburgo in giugno di quest’anno, quando è previsto il voto del Parlamento Europeo sulla questione.

(La Redazione)

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