Václav Havel, dissidente e “uomo di potere”

di Francesco Leoncini

“Ospite” abituale delle patrie galere, personaggio scanzonato e ironico, fumatore accanito e frequentatore assiduo delle birrerie praghesi, Havel era nello stesso tempo lucido esponente del teatro dell’assurdo, critico spietato della società che lo circondava ma anche delle democrazie occidentali, che considerava inadeguate a garantire all’uomo una condizione veramente dignitosa e indipendente. Figlio di quella Praga tragica e disincantata, che Angelo Maria Ripellino aveva insignito dell’appellativo “magica” per sottolinearne, nonostante tutto, il suo ciclo vitale, egli aveva partecipato attivamente alla dissidenza. Con la fondazione di Charta 77, assieme a Jan Patočka e Jiří Hájek, e il suo scritto Il potere dei senza potere aveva dato vita ai documenti più significativi che illustravano la filosofia dei movimenti di opposizione nei Paesi del blocco sovietico. Vi era il senso profondo di un pensiero antitotalitario che partiva da una decisione autonoma e personale, da una scelta morale che mettesse in discussione gli assetti consolidati e le gerarchie sociali stabilite da un sistema astratto e disumano qual era quello comunista.

Dopo la caduta del Muro di Berlino quella protesta, che per lunghi anni era rimasta sostanzialmente elitaria, diventa di massa e inonda le strade e le piazze della Cecoslovacchia. Ritorna alla ribalta Alexander Dubček e ritrova una vasta popolarità ma egli appare estraneo alle giovani generazioni che erano protagoniste della “rivoluzione delicata o affettuosa” (něžná revoluce/nežná revolúcia)*, e comunque sembrava muoversi piuttosto all’interno di un comunismo riformatore di stampo gorbacioviano.

Espressione di quell’intelligencija centro-europea in cui la dimensione culturale era strettamente collegata all’impegno politico, Havel emerge come la personalità più qualificata a rappresentare il nuovo ordine democratico. Come presidente avallerà molte scelte in contrasto con gli ideali da lui espressi e finirà per aderire a quel “pensiero unico” neoliberista, che sta conducendo gran parte della popolazione mondiale a una condizione di profondo disagio sociale.

Ma la sconfitta maggiore che Havel subì, e in parte tacitamente condivise, fu la separazione tra cechi e slovacchi, probabilmente evitabile con un referendum, che invece non venne indetto (e da chi, se non dal Capo dello Stato?) e alla quale Dubček era decisamente contrario. Fu di cattivo auspicio il fatto che la prima visita ufficiale che egli compì in qualità di presidente avvenisse in Germania per chiedere perdono ai Sudeti espulsi nel ‘45 e non a Bratislava, dai fratelli slovacchi e dal suo collega drammaturgo Milan Kňažko, che aveva subito assunto un ruolo guida nella sollevazione contro il regime.

Una personalità contraddittoria e sfuggente, fatta di slanci e di ammissioni di impotenza, in bilico tra esigenze di una morale rigorosa e le opportunità che sembravano offrire le nuove condizioni politiche,  ma sicuramente di grande visibilità sul piano internazionale. Lo testimonia la larga partecipazione di esponenti di assoluto rilievo alle solenni esequie, per le quali è stato recuperato il  carro funebre  usato nel 1937 per dare l’ultimo saluto a Tomáš Garrigue Masaryk, il “Presidente Liberatore”, senza la cui azione nel corso della I guerra mondiale né cechi né slovacchi si sarebbero scrollati di dosso il  secolare dominio austro-magiaro.

Francesco Leoncini
storico dell’Europa Centro-Orientale e professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia

Un ringraziamento particolare al prof. Leoncini – del quale sono noti i suoi ampi studi e i libri sulla Cecoslovacchia e l’Europa Orientale – per questo articolo scritto in esclusiva per Buongiorno Slovacchia. Suoi contributi sono stati tradotti in tedesco, ungherese, slovacco, ceco, inglese, francese, russo e albanese.

* la nežná revolúcia è stata poi comunemente definita Rivoluzione di Velluto dall’uso che ne fecero i media internazionali

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