Havel: l’ultimo addio in San Vito con gli onori da tutto il mondo

Dodici capi di Stato, tre principi e una cinquantina di delegazioni straniere erano tra coloro che hanno partecipato al funerale dell’ex Presidente cecoslovacco e ceco Vaclav Havel, che si è tenuto oggi nella Cattedrale di San Vito a Praga. Tra gli ospiti dai nomi più noti, Hillary Clinton, Bill Clinton, Madeleine Albright, David Cameron e Nicolas Sarkozy, Josè Manuel Barroso, Jerzy Buzek, Simon Peres, Christian Wulff. Per l’Italia era presente il Presidente della Camera Fini. In totale, in San Vito si sono stipate mille persone.

La delegazione slovacca ai funerali di Stato è stata guidata dal Presidente Ivan Gasparovic, seguito dal Primo Ministro Iveta Radicova, l’ex Presidente Rudolf Schuster, il Vicepresidente del Parlamento Milan Hort e il Ministro degli Esteri Mikulas Dzurinda.

All’inizio della funzione religiosa in Cattedrale, celebrata a mezzogiorno dall’Arcivescovo di Praga Dominik Duka, sono risuonate le campane delle chiese di tutta la Repubblica Ceca. Nel corso della Messa è stato letto, da parte dell’Ambasciatore speciale del Vaticano, Giovanni Coppa, il messaggio che il Papa ha voluto inviare alla sua famiglia e a tutti coloro che ne hanno apprezzato le doti di coraggio e ostinazione nella difesa dei diritti. «Ricordando quanto coraggiosamente Havel difese i diritti umani in un tempo in cui erano sistematicamente negati al popolo della vostra Nazione, e rendendo tributo alla sua visionaria leadership nel forgiare una nuova politica democratica dopo la caduta del precedente regime, ringrazio Dio per la libertà di cui ora gode il popolo della Repubblica Ceca», recita il messaggio di Benedetto XVI, e «mi unisco a coloro che si sono raccolti nella Cattedrale di San Vito per il solenne rito funebre, affidando l’anima del deceduto all’infinita misericordia del nostro Padre celeste».

Tra i discorsi ufficiali recitati durante la cerimonia, ha spiccato quello dell’ex Segretario di Stato americano, la ceca Madeleine Albright, grande amica di Havel. «Difficilmente qualcuno può essere considerato un ceco più rispettato sul nostro pianeta. La profondità dei suoi pensieri toccava noi tutti», ha detto la Albright. «La libertà per lui era un mezzo per raggiungere la vittoria della verità», ha aggiunto.

Un altro amico, ex cancelliere e oggi Ministro degli Esteri ceco, il principe Karel Schwarzenberger, ha detto che Havel «sapeva che la verità ha un senso ristretto: se intesa in maniera egocentrica, diventa causa di conflitti. Per questo motivo la verità è collegata con l’amore che ci porta ad ascoltare altri e all’umiltà. Questo è il vero e proprio senso della parola d’ordine di Havel, che la verità e l’amore devono vincere la menzogna e l’odio». «Continueremo a combattere per la verità e l’amore. Non ci stancheremo. Presidente Havel, può contare su di noi», ha aggiunto.

Il coraggio di Havel, con il quale portava «la sua croce di vita», è stato apprezzato nel discorso conclusivo fatto dall’Arcivescovo Vaclav Maly, anche lui prigioniero del regime comunista, amico di Havel e uno dei protagonisti della Rivoluzione di Velluto nell’89.

Mentre il feretro usciva dal Castello, dove Havel ha trascorso da Presidente 13 anni tra il 1989 e il 2003, una folla di migliaia di persone, che seguivano la cerimonia sugli schermi, applaudivano e facevano tintinnare le chiavi, proprio come nell’autunno 1989, quando quel suono significò la fine del comunismo.

Vaclav Havel, la pagina web ufficiale della Presidenza Ceca

Da italiano fa un po’ dispiacere che sui media italiani oggi non ci fosse quasi menzione di quello che accadeva a Praga. Dopo le reazioni a caldo di domenica e lunedì, quando si apprese della morte, oggi erano pochi i giornali e le televisioni che dedicavano qualche notizia a un funerale che comunque aveva l’attenzione istituzionale e simbolica di molto del mondo contemporaneo. In Italia, mentre il TG1 ha dedicato una diretta sul canale internet – pur se muta, senza alcun commento, con immagini fornite da Reuters, il telegiornale di Rai Uno e il TG2, come altri grandi notiziari dell’ora di pranzo, non hanno dato alcun rilievo o quasi alla cerimonia funebre in atto in quel preciso momento (iniziata alle 12, si è conclusa dopo le 14) al Castello di Praga.

Vaclav Havel, ex Presidente della Repubblica Federale Cecoslovacca e poi della Repubblica Ceca, è morto domenica 18 dicembre nella sua residenza di campagna nel villaggio ceco di Hradecek all’età di 75 anni. Soffriva da tempo di cattiva salute, dopo gli anni passati in prigione, le molte sigarette fumate e un cancro sconfitto quindici anni fa.

Gli ultimi addii tra la famiglia e gli amici si sono tenuti nel pomeriggio nel crematorio di Praga – Strasnice. L’urna sarà seppellita dopo il Natale nella tomba di famiglia nel cimitero della capitale ceca Vinohrady. Stasera nel palazzo di Lucerna, costruito dal nonno di Havel all’inizio del XX° secolo, si svolgerà un concerto rock al quale parteciperanno numerosi artisti alternativi, compreso il gruppo Plastic People of the Universe, perseguitato dal regime comunista.

Intanto all’assemblea generale dell’ONU è stato tributato ieri un minuto di silenzio in memoria del leader nordcoreano Kim Jong Il, morto sabato scorso, tra le proteste di Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Francia e diversi altri paesi europei che si sono rifiutati di partecipare giudicando l’omaggio «inappropriato». E se il presidente dell’assemblea delle Nazioni Unite aveva affermato che si trattava di un atto di «protocollo», un rappresentante della Repubblica Ceca ha fatto notare che lo stesso omaggio non è stato chiesto per l’ex Presidente Havel.

Nel ricordo di mercoledì del quotidiano ceco Hospodarske Noviny (apparsa sul sito Presseurop.eu) ricompare un’intervista di Ivan Lemper dell’89, nella quale Havel cercò di spiegare che non aveva alcuna intenzione di diventare un politico di professione. «Non siamo noi a scegliere la politica. È la politica a sceglierci. Le nostre azioni determinano la situazione che ci eviterà di dedicarci alla politica», disse Havel, ricalcando le parole del suo amico Adam Michnik. «Non sono Dio, non ho capacità sovrumane né i poteri di un Eraclito. Non sarò io a cambiare questa Nazione. Posso rendermi utile finché potrò […]». Alla fine del 1989, scrive il giornale ceco, nessuno poteva immaginare cosa ci aspettava. Un Paese in decadenza – nel  quale c’erano ancora oltre settantamila soldati sovietici – stava per affrontare una trasformazione che avrebbe influito su tutti. L’euforia del momento fu espressa da Havel nel suo famoso motto: «La sincerità e l’amore devono prevalere sulle menzogne e l’odio», che a quanto pare fu considerato da una consistente fetta della società una garanzia personale [anche se molti in seguito gli rinfacciarono l’aver preso una strada diversa-ndr]. Come ha giustamente detto ieri Madeleine Albright, «gli statunitensi hanno considerato Havel la prova vivente che i popoli dell’Europa centrale volevano far parte dell’occidente».

(La Redazione e Fonti Sita/La Stampa/Ansa)


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