Vaclav Havel, i commenti della settimana sulla stampa italiana

«La più grande mancanza nel mondo non è di petrolio, di acqua pulita, o di cibo, ma di leadership morale», ha scritto Jeffrey D.Sachs su Il Sole 24 Ore. «Con un impegno alla verità – scientifica, etica e personale – una società è in grado di superare le innumerevoli crisi di povertà, di malattie, fame e instabilità a cui siamo confrontati. Eppure, il potere aborre la verità, e la combatte strenuamente», prosegue l’articolo. Bene, Havel, secondo l’autore, è stato un leader centrale dei movimenti rivoluzionari che hanno determinato la libertà nell’Europa dell’Est e poi la fine dell’Unione Sovietica. «Le opere, gli scritti e le lettere di Havel descrissero la battaglia morale del vivere onestamente sotto le dittature comuniste dell’Europa dell’Est. Rischiò tutto per vivere nella verità, come la chiamava – onesto verso sé stesso ed eroicamente onesto verso il potere autoritario che reprimeva la sua società e calpestava le libertà di centinaia di milioni».

Lo scrittore bosniaco Predrag Matveevic, notissimo in Italia, ha ricordato sul Corriere che Havel ha accettato la divisione pacifica della Cecoslovacchia, «pur essendo contrario», dandone un giudizio positivo, e ricorda quanto fosse profondamente europeo, quanto non abbia mai ceduto al richiamo del nazionalismo. «Ha rispettato la volontà del popolo slovacco, non ha assunto un atteggiamento aggressivo ed ha garantito un passaggio indolore», scongiurando al Paese «gli orrori dei Balcani».

Sempre sul Corriere della Sera, Maria Serena Natale ne ha ripercorso la vita, a partire dalla famiglia borghese della Praga colta e imprenditoriale tra le due guerre, che subirà accuse e persecuzioni del Partito comunista per presunte collaborazioni con i nazisti. La sua strenua difesa pubblica di autori discriminati per le loro posizioni anticomuniste e la successiva creazione insieme ad altri di Charta 77 gli daranno numerose gatte da pelare con il regime, facendogli subire numerosi arresti e cinque anni di galera che gli mineranno per sempre la salute. «Nella lettera al segretario generale del Partito comunista», scrive Natale, «denuncia la “crisi dell’identità umana”, in un sistema fondato sul terrore che annienta l’individuo».

Su La Stampa, Enzo Bettiza ricordava la sua visione in un teatrino per pochi eletti nella Praga della metà degli anni ’60, ancora prima della Primavera, di una pièce grottesca e piena di doppi sensi esilaranti. «Non si colgono le radici del fondatore della Charta 77, del combattente per i diritti umani dopo il naufragio della Primavera dubcekiana, se non si risale alla chiave e alla sferza della sua prima spigliata opera teatrale dove nulla è inventato», scrive Bettiza, dove tutto viene ripreso dalla realtà della società socialista e delle sue burocratiche e macchinose finzioni, dalle pagine di Rude Pravo, organo ufficiale del partito. Bettiza riconosce ad Havel un merito nell’aver richiamato dall’ombra Alexandr Dubcek per offrirgli la carica di Presidente del Parlamento. «Gesto che ha restituito al simbolo ancora vivente della Primavera il perduto certificato di identità politica e di rispettabilità storica». [Senza far cenno alla rivalità fra i due e al fatto che fu il popolo a chiamare Dubcek al “Castello”-ndr].

Tommaso Di Francesco su Il Manifesto, descrive Havel come «ottimo dissidente, pessimo Presidente», spiegando che la sua figura era caratterizzata da due ben distinte e scisse personalità, il prima e il dopo 1989. Uomo di teatro appassionato, nel 1979 definì nel suo saggio Il potere dei senza potere quella che oggi si definirebbe antipolitica, «con l’accento messo sull’iniziativa della persona, sulla rivolta morale, l’indignazione. Non un programma ma un modo di essere». Ma quando lo stesso uomo salì al Castello (di Praga) divenendo Presidente, allora tutti si chiesero dov’erano finiti i “senza potere”, scrive Di Francesco. Che incolpa Havel dell’accantonamento di Alexander Dubcek dopo la Rivoluzione di Velluto, così come del non aver fatto nulla per impedire la separazione della Cecoslovacchia, al contrario di Dubcek che cercò fino all’ultimo di raccogliere adesioni per la realizzazione di una consultazione referendaria. E infine la colpa del suo appoggio all’installazione dello scudo antimissile di Bush a soli 70 km da Praga. Insomma, conclude Di Francesco, il neoliberismo post-rivoluzione – anche grazie alle decisioni e indecisioni di Havel – ha relegato di nuovo i “senza potere” ai margini della storia.

A questo si affianca un articolo di oggi sullo stesso giornale di Luciano Antonetti, amico fraterno e biografo di Dubcek, che ricorda le contraddizioni di Havel e la sua iperliberista manovra che ha condannato chi aveva cercato riforme “soft” nel Paese già vent’anni prima, ai tempi della Primavera. Dopo aver espresso forti critiche ne Il potere dei senza potere sia contro il comunismo che contro il capitalismo, scrive Antonetti, Havel da Presidente dirà negli Stati Uniti «siamo venuti qua per imparare che cosa è la democrazia», smentendo così platealmente sé stesso.

Eppure, ricorda Fabrio Marcelli su Il Fatto Quotidiano, sempre Havel aveva pubblicato nel 2004, un anno dopo la fine della sua seconda Presidenza, un testo che diceva «le corporation globali, i cartelli dei mezzi d’informazione, i potenti apparati burocratici stanno trasformando i partiti politici in organizzazioni il cui compito principale non è più il servizio pubblico, bensì la protezione di determinate clientele e interessi particolari». E sulla globalizzazione: «La fine del mondo bipolare rappresentò la grande occasione di rendere più umano l’ordine internazionale. Invece, abbiamo assistito a un processo di globalizzazione economica che è andato sfuggendo al controllo politico e che, in quanto tale, sta provocando scompigli economici e devastazione ecologica in molte aree del pianeta». Qualche incongruenza, rispetto alla sua azione da Presidente, la si vede. Anche nel fatto che lui, europeista convinto, ha lasciato mano libera per riforme ultraliberali al rivale Premier euroscettico Vaclav Klaus che lo ha poi sostituito al Castello.

Equilibri.net ricorda che Havel sarà ricordato con rispetto e ammirazione non solo per il suo attivismo umanitario, ma anche per essere stato, in seguito al crollo del regime, tra i promotori dell’integrazione europea. Nel 1994 propose di redigere una “Carta dell’identità europea”, che puntasse sulla conciliazione di valori quali lo Stato di diritto, il riconoscimento universale dei diritti dell’uomo e la solidarietà sociale per il futuro dell’Unione.

Paolo Guzzanti, su Il Giornale, ricorda un suo incontro con Havel nel 1990, e scrive che il timore dell’ex Presidente ceco era che «dopo la caduta del comunismo sovietico, e dunque della ingombrante impalcatura della guerra fredda, sarebbe poi venuta l’era della menzogna globale, del politicamente corretto, della finta etica e della finta estetica dei giornali manipolatori ed egemoni, dell’anestesia diffusa e perbenista».

Su Repubblica Sandro Viola, che aveva incontrato Havel prima della caduta del comunismo, ha reso omaggio alla memoria dell’ultimo dei politici “moralisti”, che combatteva «il comunismo non con un progetto politico alternativo, non con una critica radicale del sistema leninista, ma col rifiuto morale di quel sistema». «Non era restato che lui a incarnare un modello nuovo di statista. Lo statista che va al potere portandosi dietro non soltanto gli interessi di parte, l’ambizione personale, la capacità di galleggiare tra le miserie della politica, ma anche una visione dell’uomo e del mondo più ampia, più alta, di quelle che cogliamo nei governanti europei».

Sempre Repubblica ricorda quello che viene presentato come “il testamento politico” di Havel, un testo pubblicato su Repubblica nel 2004, nel quindicesimo anniversario della Rivoluzione di Velluto. Parole che riflettono la preoccupazione per il destino della democrazia, alle prese con corporation globali e cartelli dei media, che rischiavano di trasformare i partiti in organizzazioni il cui compito è la protezione di interessi particolari. «Sempre più spesso la democrazia è ritenuta un puro e semplice rituale. In linea generale, tutte le società occidentali stanno sperimentando – così pare, almeno – una certa seria mancanza di ethos democratico e di partecipazione attiva della cittadinanza», scriveva Havel un anno dopo il suo ritiro dalla vita politica attiva.

«Ricordando quanto coraggiosamente Havel difese i diritti umani in un tempo in cui  erano sistematicamente negati al popolo della vostra Nazione, e rendendo tributo alla sua visionaria leadership nel forgiare una nuova politica democratica dopo la caduta del precedente regime, ringrazio Dio per la libertà di cui ora gode il popolo della Repubblica Ceca», ha scritto Benedetto XVI in un telegramma di cordoglio inviato all’attuale Presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus, come citato dall’Osservatore Romano. «Avendo appreso con tristezza della morte dell’ex Presidente Vaclav Havel, invio sentite condoglianze in questo momento di dolore nazionale. Mi unisco a coloro che si sono raccolti nella Cattedrale di San Vito per il solenne rito funebre, affidando l’anima del deceduto all’infinita misericordia del nostro Padre celeste», scrive il Papa nel messaggio.

È di questi giorni, infine, la notizia che il prossimo Trieste Film Festival 2012, rassegna annuale delle produzioni cinematografiche dell’Europa centro-orientale in programma dal 19 al 25 gennaio, ha deciso di chiudere con l’esordio alla macchina da presa di Vaclav. Il 25 gennaio prossimo dunque, la rassegna dell’Alpe Adria Cinema proietterà Odcházení (Leaving / Gli addii), film concluso e presentato la scorsa primavera su una pièce teatrale scritta nel 2007, la prima dopo una pausa di quasi vent’anni e l’ultima dell’autore che aveva annunciato di stare lavorando a un nuovo lavoro proprio in questo periodo. La pellicola tratta la storia di un signore anziano, azzimato e vivace, che ha occupato la poltrona di Primo Ministro per molti anni e che dopo la sua estromissione non riesce ad accettarne la notizia come non sopporta l’umiliazione di dividere quello che appartiene allo Stato da quello che è suo. Una storia di chi ha potere e non accetta l’idea di privarsene.

(Pierluigi Solieri)

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