Ricordo di Alexander Dubcek nel 90esimo della nascita

Alexander Dubcek era nato il 27 novembre 1921 nel villaggio di Uhrovec, una località di 1.500 anime al margine della foresta vicino alla cittadina di Banovce nad Brebravou, a 35 chilometri dal capoluogo regionale di Trencin. Villaggio che vanta un castello in rovina ma che non è particolarmente attraente. Se non per una particolarità davvero unica. È stato il luogo di nascita di due padri della Patria slovacca, a un secolo di distanza l’uno dall’altro. Prima di Alexander Dubcek era nato qui nel 1815 Ludovit Stur, patriota, leader del movimento di rinascita nazionale del XIX secolo e codificatore della lingua slovacca moderna. Ma c’è un’altra cosa che è ancora più eccezionale: entrambi sono nati nella stessa casa!

Dopo aver passato l’infanzia in Unione Sovietica dove il padre decise di emigrare quando lui aveva appena 4 anni, Dubcek rientrerà in Cecoslovacchia all’alba della Seconda Guerra Mondiale, lavorando come operaio e aderendo al Partito comunista, allora clandestino. Prese parte come partigiano all’Insurrezione Nazionale Slovacca (SNP) del 1944. Negli anni terribili delle purghe in Cecoslovacchia divenne deputato dell’Asseblea nazionale, e nel 1963 fu eletto segretario del Partito comunista slovacco.

Nel gennaio 1968 la svolta: nominato Segretario generale del Partito Comunista Cecoslovacco, iniziò una serie di attività di distensione e di riforme che è noto con il termine di Primavera di Praga, che oggi molti studiosi stanno riformulando come “Primavera cecoslovacca” data la funzione di fatto non minore della Slovacchia in questa operazione. Il clima che si respirava in Cecoslovacchia in quel momento, con intellettuali e cittadini che riprendevano speranza di un futuro diverso fece innervosire la dirigenza sovietica, che, sollecitata anche da una richiesta di “aiuto” di comunisti devoti e allineati all’URSS portò all’invasione nell’agosto 1968 di circa mezzo milione di soldati dell’Armata Rossa e di altri eserciti “fratelli” del Patto di Varsavia, mettendo fine a un’esperienza unica nel blocco est-europeo.

Dubcek fu rimosso dall’incarico e messo a vita privata. Si arrangiò trovando lavoro come manovale forestale, ma non smise mai di essere controllato dalla Polizia segreta (StB), e così la sua famiglia. Soltanto poco prima della caduta del Muro di Berlino, nell’autunno del 1988, egli ritornò alla vita pubblica quando l’Università di Bologna gli conferì il dottorato honoris causa e lo invitò nella cittadina emiliana. Fu l’allora preside della Facoltà di Scienze politiche dell’ateneo felsineo, Guido Gambetta, che ebbe l’idea, confessando più tardi di non avere avuto la più pallida percezione che l’evento sarebbe stato epocale. Dopo un lungo tira e molla con le autorità cecoslovacche e molte visite all’Ambasciata a Roma, finalmente Gambetta ottenne il via libera e si recò a prendere Dubcek a Bratislava, dove viveva, portandolo a Bologna in un trionfo di autorità e cittadinanza. Molte sono le storie curiose, a tratti comiche, ma che viste allora erano preoccupanti, sull’atteggiamento delle autorità cecoslovacche riguardo questo invito. Solo per dirne una, l’auto che andò a prendere Dubcek fu smontata e rimontata alla frontiera, sia in entrata che in uscita, in una situazione surreale da vera Guerra Fredda. Diverso l’atteggiamento al ritorno, molto più rilassato, dopo che i media di tutto il mondo dettero alla cerimonia di Bologna una grande importanza e diffusione. Erano vent’anni che dell’eroe della Primavera non si sapeva praticamente nulla.

Quando, un anno dopo, la Rivoluzione di Velluto portò il Paese alla democrazia, Dubcek si trovò con Vaclav Havel a misurarsi per la Presidenza della Repubblica. Dopo un accordo, si decise per una staffetta, e le elezioni libere decretarono Havel primo Presidente eletto democraticamente e Dubcek andò a guidare il Parlamento federale. A fine mandato si sarebbero dovuti scambiare i ruoli. Purtroppo Dubcek finì il suo percorso prima del previsto, e la sua vita si concluse con uno schianto sull’autostrada mentre da Bratislava rientrava a Praga nel novembre 1992, ad appena 71 anni.

A fine novembre si sono tenute alcune manifestazioni in occasione dei 90 anni del politico slovacco più conosciuto al mondo, tra le quali una all’Università di Trencin che porta lo stesso nome dello statista, e una presso il Palazzo Primaziale di Bratislava, sede di rappresentanza del Comune. A entrambi questi due appuntamenti ha preso parte anche il professor Gambetta, insieme a studiosi, accademici, politici, istituzioni slovacche e ai figli di Dubcek sopravvissuti (Pavol e Milan, mentre Peter è morto lo scorso inverno). V

i proponiamo qui di seguito il discorso che il prof. Gambetta ha tenuto presso l’Università di Trencin.

(La Redazione)

«Quest’anno l’Università di Bologna ha pubblicato un volume dedicato a Luciano Antonetti, l’amico di Alexander Dubcek che tanta parte ha avuto nell’organizzazione del suo viaggio in Italia nel 1988. Il titolo, Una vita per la Cecoslovacchia, nazione che Antonetti una volta ha definito “il paese degli assalti al cielo” per i vari tentativi, falliti, che i suoi abitanti hanno esperito in vari periodi storici con l’obiettivo di ottenere la libertà o la democrazia, riprende in parte quello della sua autobiografia: Vivere all’ombra (della Cecoslovacchia e non solo). Abbiamo tolto “all’ombra” perché se non altro gli amici italiani e slovacchi l’hanno riportato alla luce.

Nel volume, che contiene anche il catalogo dell’archivio personale che Luciano Antonetti ha donato all’Università, e che è collocato nel Campus di Forlì, compaiono le testimonianze di diversi studiosi che si sono confrontati con i problemi cecoslovacchi: Antonin Bencik, Pavol Dubcek, Milos Hajek, Ivan Laluha, Hana Mejdrova, Michal Reiman, Alena Wildova Tosi e Stanislav Vallo. Naturalmente ci sono anche alcuni italiani, Elio Ballardini, Antonio Rubbi e Adriano Guerra. Ma soprattutto si trovano tre articoli di studiosi italiani che mantengono vivo l’interesse per Dubcek e per la sua esperienza del 1968. Si tratta di Francesco Caccamo, Francesco Leoncini e Claudio Natoli che condividono una tesi importante: l’esperienza di Dubcek non può essere confinata a un episodio storicamente datato, ma mantiene un interesse attuale come esperienza di cosa significa l’avvio di un processo democratico con tutti i rischi che un tale processo comporta.

In particolare Leoncini osserva che il Novecento non deve essere ricordato solo come un secolo di tragedie (“due guerre mondiali, una terza fredda, non combattuta ma sempre carica di incombenti minacce, una inusitata pulsione di stermini di massa caratterizzante feroci dittature”), ma anche per le grandi speranze (e illusioni) che ha acceso. Fra queste cita, fra l’altro, il Concilio Vaticano II, la “nuova frontiera” europea (con il ruolo iniziale svolto da Masarik) e certamente la Primavera cecoslovacca. E tra i protagonisti del secolo, Giovanni XXIII, Martin Luther King, John F. Kennedy, Nelson Mandela e Alexander Dubcek .

I messaggi di questi grandi personaggi sono quanto mai attuali. Per quanto riguarda Dubcek, viene più volte ricordata nel volume la tesi di Karel Kosik secondo la quale la Primavera non fu un vano tentativo di ricerca di “una terza via” condannato al fallimento, all’insuccesso e a essere dimenticato, ma continua invece ancora a essere un barlume e un’aspirazione all’unica strada che può preservare l’umanità di fronte a una catastrofe globale, come timido segnale di una fantasia, dalla quale prima o poi nascerà un nuovo paradigma.

Sull’inesistenza di una “terza via” (rispetto al comunismo e al capitalismo) ritorna anche Leoncini citando Norberto Bobbio, il quale ricorda di aver sostenuto sin dagli anni ’70, parlando in quel caso del PCI, che “di vie ce ne sono soltanto due, la democrazia e la dittatura”. L’esperienza di Dubcek si colloca proprio nell’ambito di una ricerca democratica contro una dittatura imposta dall’esterno. Non riconoscere questo fatto significa, sempre nelle parole di Kosik, affossare due volte quell’esperienza (anzi lui dice condannata e seppellita due volte, nel 1968 e con la legge firmata da Havel nel 1993) e rinunciare a cogliere il messaggio che ancora rimane della necessità, per dirlo con Adriano Guerra, della discesa in campo di una politica “dal volto umano”.

Certamente l’Italia è il Paese la cui esperienza politica si è maggiormente intrecciata con Dubcek e la sua Primavera. Ne sono testimonianza i numerosi dibattiti e le polemiche che ne seguirono sul significato della Primavera sia all’interno che all’esterno del PCI. Nel volume abbiamo voluto inserire, simbolicamente, la prima pagina del quotidiano La Repubblica del 25 novembre 1989 in cui campeggiano, l’uno accanto all’altro, due titoli: “Il trionfo di Dubcek “ (con sotto la sua foto in piazza Venceslao) e “Muore il vecchio Pci” (con sotto una vignetta che ritrae Achille Occhetto).

Nel volume ci sono anche molte fotografie, alcune di Rodrigo Pais e altre di Salvatore Mirabella. Certamente fra le prime risaltano quelle del 1° maggio 1968 quando “Dubcek sorrideva con aria schiva, col suo lungo naso da Pinocchio timidamente puntato verso il basso e con quel fanciullesco aspetto in contrasto con i suoi quarantasei anni, mentre riceveva bracciate di fiori dagli studenti, dai cittadini raggianti e dalle loro donne” (Tad Szulc, Corriere della Sera, 12 gennaio 1969). Non v’è dubbio, conclude Leoncini, che questa scena solare contribuisca a squarciare il buio del secolo trascorso.»

(Guido Gambetta)

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