Clima, gli impegni senza vincoli, rischiano di gettare il pianeta dell’incertezza

A partire da lunedì prossimo, 28 novembre, e fino a venerdì 9 dicembre, si terranno a Durban, in Sud Africa, la 17a Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima (COP 17) e la 7a Sessione delle Parti che hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto.

In discussione vi sono sia la definizione di un impegno giuridicamente vincolante tra i 190 a passa paesi delle Nazioni Unite per l’adozione di politiche comuni di mitigazione dei cambiamenti climatici e di adattamento, sia il destino del Protocollo di Kyoto, che impegna solo i paesi di antica industrializzazione, e che è in scadenza nel 2012.

La mitigazione dei cambiamenti climatici è un modo burocratico per dire: tagli delle emissioni antropiche di gas serra rispetto a certi livelli di riferimento (quello preso in considerazione è il livello delle emissioni nell’anno 1990).

Occorre dire che la Convenzione sui Cambiamenti Climatici, a tutt’oggi, prevede per i paesi che l’hanno ratifica un impegno generico a ridurre le emissioni di gas serra. Mentre il protocollo di Kyoto impegna i paesi di antica industrializzazione che l’hanno ratificata a precise specifiche di riduzione delle loro emissioni di gas serra (anche se non sono previste sanzioni per gli inadempienti).

Le due decisioni che dovranno essere prese a Durban – accordo globale e l’estensione nel tempo del Protocollo di Kyoto – sono fortemente interconnesse. Tant’è che alcuni paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto – nella fattispecie Giappone, Canada e Russia – hanno già fatto sapere che, senza un impegno vincolante da parte di tutti, in particolare di Stati Uniti e Cina, i due massimi produttori di gas serra, non parteciperanno a nessun processo di estensione del Protocollo di Kyoto.

O si troverà, dunque, una strategia comune oppure la politica di contrasto ai cambiamenti climatici tornerà indietro di vent’anni (nel 2012 saranno, per l’appunto, vent’anni dalla Conferenza di Rio e dalla stesura della Convenzione sul clima).

Il quadro, rispetto a Rio, è cambiato. Venti anni fa i paesi di antica industrializzazione erano ancora i massimi produttori di gas serra. Oggi il 58% delle emissioni avviene a opera di paesi che ancora a Rio venivano definiti in via di sviluppo. Restano le antiche responsabilità, ma occorre prendere atto che senza il contributo attivo di Cina, India, Brasile e di un’intera costellazione di paesi a economia emergente le politiche di mitigazione perdono molto del loro significato.

Resta decisivo, inoltre, il coinvolgimento degli Stati Uniti, che – come è noto – non hanno ratificato il protocollo di Kyoto.

Durban produrrà un accordo globale? Difficile dirlo. Molti indulgono al pessimismo. Anche perché la crisi finanziaria che sta investendo l’Occidente è un potente fattore di perturbazione.

Tuttavia occorre ricordare che negli anni scorsi – a Copenaghen e poi a Cancun – tutti i paesi hanno riconosciuto che quello del cambiamento del clima è un problema reale (a dispetto dei pochi, irriducibili scettici) e anche molto grave. E tutti hanno, dunque, riconosciuto che occorre agire.

Resta da stabilire come.

Le opzioni in campo sono due. La prima è, in pratica, quella di estendere al mondo intero la filosofia e il sistema, rigido e vincolante, del Protocollo di Kyoto (che peraltro ha creato un’economia di scambio dei diritti di emissione valutata in miliardi di euro). Ovvero: ciascun paese si impegna a ridurre le emissioni di una certa quantità entro un certo tempo. È l’opzione indicata, nei giorni scorsi, dal Parlamento europeo. Ed è l’unica che consenta di avere un minimo di certezza sul conseguimento degli obiettivi. Soprattutto se è rafforzata da un sistema di sanzioni per gli inadempienti.

Ma in campo c’è un’altra opzione. Quella degli impegni morali non vincolanti, sostenuta unicamente da meccanismi di mercato. È l’opzione del “liberi tutti” di fare quel che si vuole e si può. L’unica oggi realistica, sostengono i suoi fautori. A causa della crisi, ma anche della storica ritrosia di Usa e Cina ad accettare vincoli esterni alla propria sovranità e alla propria economia.

Su questa opzione – basta leggere l’ultimo numero della rivista Nature, che interviene sull’argomento con un proprio editoriale e con un’analisi di Elliot Diringer, un esperto del Center for Climate and Energy Solutions di Arlington, Virginia (Stati Uniti) – si sta schierando una parte consistente di esperti.

L’opzione “no-binding”, senza vincoli, sarà anche realistica. Ma ha un grande difetto: non offre alcuna certezza che gli obiettivi possano essere raggiunti. Possiamo lasciare che il più grave problema che avrà di fronte l’umanità in questo secolo sia risolto dalle forze del mercato, che sono cieche, e dal gioco di composizione della volontà di 190 diversi paesi?

È tempo che, sull’argomento si esprima l’opinione pubblica mondiale. L’unica, forse, in grado di dare una qualche direzione a un processo che rischia di non averne alcuna.

(Pietro Greco per Greenreport.it)

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