Alexander Dubček, la primavera cecoslovacca e il suo lascito storico in Europa

La tavola rotonda “Alexander Dubček, la primavera cecoslovacca e il suo lascito storico in Europa” che si è tenuta dopo l’inaugurazione della mostra su Alexander Dubček a Forlì martedì 15 novembre è stato aperta e presieduta da Stefano Bianchini, professore di storia e istituzioni dell’Europa Orientale all’Università di Bologna. Aprendo i lavori, Bianchini ha ringraziato l’Istituto slovacco di Roma e il suo direttore Peter Krupár, dalla cui iniziativa è nata l’idea dell’evento, dopo di che ha dato la parola al primo degli studiosi invitati, due slovacchi (Stanislav Sikora e Elena Londakova, entrambi dell’Accademia slovacca delle scienze) e due italiani (Francesco Caccamo dell’Università di Pescara-Chieti e Francesco Leoncini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia).

Ha iniziato la discussione Stanislav Sikora (Istituto di storia dell’Accademia slovacca delle scienze, Bratislava), che ha affrontato le molteplici cause dei cambiamenti che portarono al processo di riforme il cui protagonista chiave fu Dubček. L’oratore si è particolarmente soffermato sulle riforme economiche e del mercato che ebbero come effetto un’ampia deburocratizzazione e innescarono una spirale di cambiamenti di tipo politico. La riabilitazione dei giudicati in 50 falsi processi fu tra gli sviluppo che portarono alla caduta di ciò che l’oratore ha denominato “il muro della paura”. Presentando il periodo di una liberazione modesta del partito e del regime, iniziato nel 1963 e chiamato “predjarie” ovvero “periodo precedente alla Primavera”, Sikora ha valutato il ruolo di Dubček come primo segretario generale del Partito comunista della Slovacchia, che trasformò il Paese in un laboratorio di preparazione per la Primavera di Praga, nonché il cammino percorso da Dubček che lo portò alla carica di segretario generale del Partito comunista cecoslovacco nel gennaio 1968. La Primavera, ha ricordato Sikora, costituì un pericolo di destabilizzazione dei regimi di altri paesi comunisti che, in opinione dell’oratore, portò all’invasione delle truppe del Patto di Varsavia. Tra i molteplici significati della Primavera di Praga, Sikora ha sottolineato il suo ruolo come simbolo della volontà della democrazia che la società cecoslovacca aveva avuto nel passato e che cercava di ottenere di nuovo. Il merito di Dubček per la politica estera, secondo lui, fu il suo interesse alla costruzione di una “casa comune europea”, di cui, con l’aiuto degli amici italiani, fu il primo a parlare nel blocco orientale.

Alexander Dubcek con Leonid Breznev

La parola è poi passata a Francesco Caccamo, docente di storia dell’Europa Orientale all’Università di Pescara, che ha approfondito il rapporto fra la Primavera di Praga e il mondo italiano, in particolare la sinistra italiana. Secondo l’oratore, il tentativo di rinnovamento del socialismo intrapreso da Dubček e il suo “Programma d’azione” fu un esperimento che era visto con grande favore nella sinistra italiana. Sin dalla nomina di Dubček alla segreteria del partito, le sue azioni furono accompagnate da manifestazioni di sincero interesse e sostegno da parte del Partito Comunista Italiano (PCI) e dalla sinistra italiana in generale. L’impegno dimostrato dalla sinistra italiana per far conoscere Dubček al mondo, assieme alle interviste fatte da giornalisti italiani, contribuirono alla sua conoscenza in Occidente. In seguito all’avvento di Dubček al potere, i comunisti italiani scoprirono l’esistenza di un mondo slovacco accanto al mondo ceco. Se nel periodo precedente la Primavera i documenti parlano del Partito ceco e del Partito cecoslovacco in maniera assolutamente interscambiabile, fu soltanto dopo l’avvento al potere di Dubček che si percepì la peculiarità della Slovacchia. Secondo Caccamo, dopo l’invasione la sinistra italiana e tutto il Paese visse con grande emozione gli avvenimenti che si stavano verificando a Praga e Bratislava. L’oratore si è soffermato sul rapporto e dialogo che si stabilirono dopo questo momento tra il PCI e correnti non conformiste che si svilupparono in Cecoslovacchia. Il rapporto tra il PCI e gli ex-leader del “nuovo corso”, gli ex-leader della Primavera cecoslovacca, in particolare tra il PCI e Dubček, è stato affrontato dall’oratore in maniera particolare. Dopo la sua marginalizazzione dal potere, la sua espulsione ed isolamento, Dubček rimaneva leader politico ed esponente di quello che si autodefiniva l’opposizione socialista cecoslovacca. Secondo Caccamo, questo atteggiamento fu qualcosa di ben diverso dall’atteggiamento del PCI nei confronti degli intellettuali del “dissenso”, caratterizzato da moltissime ambiguità. Citando episodi da documenti storici che riguardano Dubček in particolare, l’oratore si è soffermato sulla conferenza di Berlino (1976) che vide un’eclissi dei rapporti tra Roma, Praga e Bratislava. Tali rapporti rinacquero nel nuovo clima dopo il 1985, influenzato dalla nomina alla segreteria del Partito comunista dell’URSS di Gorbacev, le cui conseguenze si avvertono immediatamente in Cecoslovacchia. Dubček esce dal silenzio nel quale si era rifugiato per alcuni anni. La lettera di Dubček ad Alessandro Natta, allora segretario del PCI, innescò i negoziati di una lunga trattativa che alla fine portò alla pubblicazione dell’intervista di Dubček per il quotidiano comunista „L‘Unità“. A queste iniziative si lega la venuta in Italia di Dubček nel 1988. Secondo Caccamo, l’iniziativa dell’Università di Bologna di invitare Dubček si inserisce in questo clima generale, al segnale di disponibilità dalla parte del PCI. Accennando all’importanza della venuta di Dubček in Italia, momento in cui lui torna sulla scena politica internazionale, Caccamo ha citato testimonianze delle reazioni che si producono negli ambienti di emigrati cecoslovacchi, rappresentanti della corrente non socialista e liberale, alla eventuale leadership di Dubček o Havel. Presentando varie interpretazioni del significato del ritorno del progetto socialista-riformista di Dubček sulla scena politica cecoslovacca, Caccamo colloca la ricerca di una terza via dalla parte di Dubček nel contesto della Rivoluzione di velluto e del collasso del sistema comunista. Secondo l’oratore, l’elezione di Václav Havel alla presidenza a scapito di Dubček dimostrò che Dubček fu ritento temibile, mentre la sorte del progetto di Dubček viene segnata dalla fine del progetto di perestrojka, ovvero dal collasso della politica sovietica.

Il terzo oratore, Elena Londáková (Istituto di Storia dell’Accademia di scienze di Bratislava), ha fatto ritorno agli anni sessanta, sollevando il significato dei movimenti culturali sia nel periodo precedente che durante la Primavera di Praga. Soffermandosi sugli avvenimenti del 1963, specie l’assemblea di scrittori slovacchi ed altri eventi che coinvolsero intellettuali e giornalisti, la studiosa ha spiegato come in un clima di critica nei confronti del regime comparirono nuove idee che venivano trasmesse ai ragazzi nelle scuole. La riabilitazione di persone ingiustamente condannate dal regime negli anni Cinquanta portò a una sempre crescente libertà di parola, di associazione, di assemblea e di creazione in Slovacchia, che permise, attraverso pubblicazioni, di promuovere idee innovative che non si potevano pubblicare neanche a Praga. Tale scambio di informazioni permise un maggiore respiro del Paese, ove intellettuali scambiavano proprie visioni sul comunismo. Secondo la Londáková, l’intellighentsia slovacca raggiunse idee simili a quelle del Partito comunista: l’intellighentsia e il Partito, dunque, si influenzavano reciprocamente. La tolleranza e la comprensione di Dubček, in quanto funzionario a capo del partito, aiutava l’intellighentsia in questo processo di rinnovo e rivitalizzazione. Il fatto che l’intellighentsia e Dubček si sono ascoltati e aiutati mutualmente aiutò Dubček a diventare un vero rappresentante democratico della Slovacchia. Rispondendo alla domanda perché Dubček e l’inteligentsia sono rimasti amici, Londáková ha ricordato il mutuo ascolto e la fiducia che esisteva fra Dubček e lo scrittore Anton Ťažký, il pittore Teodor Baník, filosofi, politici e altre personalità. Secondo lei, essendo stato figura chiave di uno dei più importanti periodi, Dubček, iniziando il cammino verso la democrazia, fu un ambasciatore della libertà che accese un raggio di speranza per il popolo.

L’ultimo oratore, Francesco Leoncini, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha affrontato il significato contemporaneo di Dubček. Leoncini ha comparato l’estate del 2011 e l’atmosfera politica contemporanea al “1989 del capitalismo”, facendo riferimento al neoliberalismo come modello economico e sociale che si è imposto dopo il 1989 nei paesi dell’Europa orientale e in Russia (il modello economico messo in pratica dal presidente Reagan che si è espanso in tutto il mondo, basato sul principio “meno Stato e più mercato, ovvero il mercato al centro anziché lo Stato e la pianificazione”). Ricordando le origini del sistema economico che ha deluso le masse occidentali che all’epoca si sono mobilitate a cambiare dei regimi dittatoriali e che avevano avuto un forte sviluppo economico e sociale nel secondo dopoguerra, l’oratore ha paragonato la presente recessione a “un nuovo 1989”, un capolinea di un certo sviluppo economico incentrato sul mercato. Secondo Leoncini, parlare di Dubček e della Primavera di Praga vuol dire recuperare i valori globalistici della democrazia, il socialismo essendo l’essenza stessa della democrazia. Riflettendo su una terza via in alternativa al totalitarismo e alla democrazia, ove la democrazia non va interpretata come una generica libertà, l’oratore ha ricordato che la giustizia sociale implica una redistribuzione della ricchezza, dei partiti che si impegnano a una trasformazione sociale a favore della pace sulla terra. In seguito, l’oratore ha inquadrato gli sviluppi del pensiero e il tentativo di Dubček in quello che è già stato la conquista del socialismo occidentale. La grande idea di socialismo che ha mosso milioni di lavoratori e che ha portato grandi benefici nei paesi occidentali, secondo Leoncini, trovò la sua espressione in Francia nel secondo dopoguerra, in Gran Bretagna il laburismo, e in Italia, con la sintesi fra il socialismo umanistico gramsciano comunista, il pensiero sociale cristiano e il partito-nazione. Nella Costituzione Italiana, di cui nella prima parte al titolo terzo tratta i rapporti economici, viene posto l’accento sulla funzione sociale della proprietà privata, finalizzata all’uguaglianza. Nell’opinione dell’oratore, la Perestrojka – l’esito finale della Primavera di Praga che era impensabile se rimaneva in un sistema totalitario – si riallaccia ai grandi filoni della democrazia occidentale e del socialismo democratico. Per forza di cose ormai tutte le forze politiche e sociali furono favorevoli a una trasformazione della società cecoslovacca. Secondo Leoncini, fu Willy Brandt, il cancelliere dell’Ostpolitik, a stabilire un rapporto molto forte con Dubček, facendo riferimento esplicito al suo esperimento. Concludendo il suo discorso incentrato sul richiamo al legame e ricambio che c’è tra la figura di Dubček, la sua visione umanistica della democrazia e i problemi di oggi relativi alla concezione dell’economia e delle relazioni sociali che abbiamo di fronte, l’oratore ha espresso un parere che un tale richiamo sia il miglior omaggio che si possa fare a questo leader che non è solo leader cecoslovacco, ma è un leader europeo.

La tavola rotonda ha suscitato un grande interesse di pubblico. Chiudendo l’evento, il presidente Bianchini ha ringraziato la Fondazione Garzanti, il Punto Europa, il Comune di Forlì, l’Istituto per l’Europa Centro-Orientale e Balcanica che hanno reso possibile questo evento, insieme a Ambasciata e Consolato slovacco.

Leonas Tolvaišis
Tutor accademico della Laurea Magistrale MIREES (Master of Arts in Interdisciplinary Research and Studies in Eastern Europe)
Università di Bologna, Facoltà di scienze politiche “Roberto Ruffilli” a Forlì

fotografie: 1. L.Tolvaisis, 3. A.Ravaglioli, 2. e 4. autori vari

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