Il recupero del lago d’Aral: la trasformazione dell’ambiente non è sempre irreversibile

La “vicenda del Mare d’Aral” può essere considerata l’emblema della capacità umana di modificare l’ambiente. Nel 1960, con una superficie di 68.000 km2, il lago era il quarto per estensione del pianeta. Quarant’anni dopo, a causa soprattutto della captazione delle acque dei suoi due immissari, la sua superficie si era ridotta del 90% (vedi sotto la foto Nasa). E il pescato era precipitato da 50.000 tonnellate dei tempi d’oro alle 52 tonnellate del 2004.

Ma la vicenda del Mare d’Aral potrebbe, di qui a qualche anno, essere considerata l’emblema della capacità di recupero della natura, aiutata dall’uomo. Nella parte settentrionale dell’antico lago, infatti, è tornata l’acqua. E con essa sono tornate le alghe e i pesci. Il pescato, secondo quanto riportato sul più recente numero della rivista Nature, è risalito a 18.000 tonnellate nell’ultimo anno e la tendenza è in continuo aumento. Un risultato inatteso, per la sua rapidità. Tanto più eclatante se si tiene conto che si tratta di una piccola parte, un decimo appena, dell’antica estensione.

Tutto è (ri)cominciato nel 2005, quando, con un progetto da 65 milioni di dollari, è stata realizzata una diga capace di trattenere l’acqua dolce di uno dei due immissari, il Syr Darya, nella parte più settentrionale dell’antico lago. Il livello delle acque si è innalzato di 2 metri inondando 900 km2 di superficie. L’ipersalinità è diminuita da 12,3 a 8,0 grammi per litro. Immediatamente sono tornate la flora e la fauna. Già nel 2005 il pescato era risalito, in quella piccola porzione di lago, a 3.500 tonnellate l’anno. Perché una dozzina di specie di pesci nativi confinati ormai nel delta degli immissari era ritornata a sguazzare nelle acque lacustri. Riproducendosi in tempi rapidissimi. E infatti, come abbiamo detto, oggi, nel lago che ha una superficie che corrisponde al 10% di quella originaria, il pescato è salito a un terzo rispetto al passato.

La pesca sta ricostruendo un’antica economia. Ma non sta frenando il recupero di biodiversità. Che continua a ritmi sostenuti e inattesi anche tra i più ottimisti degli esperti. L’intenzione del governo kazako è di continuare nell’opera di innalzamento delle dighe, in modo che il livello delle acque possa aumentare di altri 6 metri e la superficie del Mare d’Aral settentrionale possa crescere di un’ulteriore 50%, ovvero di circa 5.000 km2.

La speranza è che il successo non inorgoglisca eccessivamente i tecnici e il ritorno delle acque dell’Aral sia all’insegna della massima sostenibilità ecologica. Tuttavia già oggi possiamo trarre due lezioni da questa vicenda. La prima è che non sempre le trasformazioni dell’ambiente, anche le più devastanti, sono irreversibili. La speranza che la biodiversità possa recuperare il terreno (e le acque) che ha perduto non deve essere mai smarrita. D’altra parte, la storia insegna che dopo ogni grande estinzione di massa (estinzioni in cui sono sparite dalla faccia della Terra dal 60 fino al 96% delle specie viventi) il recupero è stato sempre totale e la biodiversità ha ricominciato a crescere come se l’estinzione non si fosse mai verificata.

Anche la seconda lezione fa indulgere all’ottimismo. L’azione dell’uomo, se mirata e delicata – saggia, in altre parole – può aiutare il recupero. E accelerarne i tempi.

(Pietro Greco, da greenreport.it)

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