Intervista a Jana Plevkova: i pazienti sono esseri umani, necessitano di umanità

«I pazienti sono prima di tutto esseri umani con un’anima, paure, emozioni, aspettative… soprattutto quando sono malati … così fragili e sensibili … direi proprio che gli esseri umani necessitano di umanità». Questa la frase che più ci ha colpito nel nostro incontro con la Dott.ssa Jana Plevkova, un’affascinante e decisa signora slovacca, profondamente coinvolta nella medicina slovacca ed in molti progetti di ricerca. È Professoressa Associata presso il Dipartimento di Fisiologia Patologica, Facoltà di Medicina Jessenius dell’Università Comenius a Martin. Ha lavorato come ricercatrice ospite presso la John Hopkins University di Baltimora, USA, ed ha seguito speciali corsi relativi a tecniche di simulazione per l’insegnamento scientifico presso il Gordon Research Centre dell’Università di Miami.

Dott.ssa Plevkova, sono onorato di averla qui di fronte a me, dato che lei rappresenta il futuro della ricerca scientifica nel suo Paese. Prima però di discutere di futuri possibili, qual è lo stato dell’educazione universitaria odierna in Slovacchia, a paragone con il resto dell’Unione Europea?

Prima di tutto, ringrazio per l’interesse che mostrate circa la ricerca medica in Slovacchia; oggi, esistono molte nuove “università”… sì, chiamiamole pure università, in città con importanza regionale, ma, tra queste, la Comenius è senz’altro la più antica, ed è provato che si tratta della migliore, secondo i parametri stabiliti dall’Unione Europea. Io lavoro, adesso, per la Scuola di Medicina Jessenius,  che è la migliore fra le tre scuole di medicina slovacche; insegno a studenti slovacchi ma anche stranieri; penso davvero che la Jessenius sia certamente paragonabile ad altre simili istituzioni europee. Inoltre, dall’anno 2000 abbiamo accettato il sistema di trasferimento di crediti europeo. I nostri studenti trascorrono abitualmente uno o due semestri all’estero – voglio dire, per studiare in Austria, Italia, Spagna, Norvegia, utilizzando sistemi quali l’Erasmus, che sostiene e favorisce mobilità e scambi fra studenti ed anche fra professori. Sono convinta, quindi, che la Scuola di Medicina Jessenius sia un ottimo luogo di apprendimento per i nostri studenti.

Lei pensa di essere libera? Voglio dire, com’è la vita di uno scienziato in questo Paese? È libero di lavorare, pianificare e pubblicare i propri lavori e progetti?

Per essere onesti, essere uno scienziato richiede libertà, almeno per le invenzioni e forse per l’ispirazione, o come vogliamo chiamarla. E se hai una mente aperta, tutto è possibile. Noi, qui, possiamo pianificare i nostri progetti e siamo molto bravi in questo perché la Scuola di Medicina Jessenius ne porta avanti molti ed importanti, co-finanziati da enti della Comunità Europea; questo grazie alla nostra coordinatrice  dott.ssa Martina Andosova e me lo lasci dire, senza di lei potremmo a stento avere i nostri stipendi. È evidente che i fondi per la ricerca non sono sufficienti; fortunatamente, ci sono ancora alcune istituzioni che aiutano le attività di ricerca come la VEGA (del Ministero per l’Educazione, sì questo Ministero supporta ancora alcuni progetti…), ma ragionando razionalmente, uno dovrebbe esser matto, se, in una crisi economica come quella che stiamo vivendo,  pensasse di ottenere molto denaro per la ricerca. Quello di cui uno scienziato ha davvero bisogno è inventiva, forza e passione per il suo lavoro. Qual’era la domanda? Ah, sì, io mi considero assolutamente libera di acquisire nuove conoscenze, di pubblicare i nostri risultati e di condividere ciò che impariamo.

Ho saputo che lei viaggia frequentemente in Inghilterra: svolge qualche attività scientifica in quel Paese?

Mi piacerebbe dirle che ciò che mi porta così spesso (e ancora e ancora) nel Regno Unito è lo shopping nel Blue Water (Centro Commerciale di Londra). Sì, è vero, ho molti amici e colleghi a Londra, Manchester, Belfast, insieme abbiamo lavorato a ricerche sulla tosse, ed ancora cooperiamo in alcuni progetti di ricerca. L’ultima volta, ho visitato il Manchester Whytenshave Hospital, che ha un’eccellente Clinica della tosse, basata sul “day hospital”, perché vorremmo metterne una in funzione qui a Martin. Così, sono andata lì per saperne di più, capire come lavora, visto che la dirige la bravissima scienziata ed amica dott.ssa Jacklin Smith.  L’ho incontrata per la prima volta a Baltimora: abbiamo lavorato insieme alla John Hopkins. Tra l’altro, fa anche un ottimo caffè.

Dott.ssa Plevkova, abbiamo notato dal suo profilo che lei lavora a molti progetti di ricerca e pubblicazioni. Quale di questi le ha dato le maggiori soddisfazioni, dal punto di vista sia professionale che personale?

Direi … tutti. Ma quello che più mi da soddisfazione è vedere i miei studenti diventare miei … “colleghi”. È bello vederli crescere e condividere la loro passione per questo lavoro (e penso sia una cosa molto contagiosa …). Ora ho quattro studenti con molto talento e passione nel mio team, due dei quali sono laureati e 2 sono miei studenti PhD; tutti loro contribuiscono in maniera significativa al progetto che porto avanti adesso, circa il trattamento delle malattie respiratorie con il mentolo. La cosa migliore sugli studenti è che … mi fanno sentire giovane. Devo onestamente dire che il mio progetto migliore … penso alla mia prima ricerca come primo ricercatore … (Neuroni che regolano la tosse ed altri riflessi respiratori) è come il primo amore: non si scorda mai.

La medicina fa uso sempre più di elettronica e cibernetica.  Lei pensa che in futuro i dottori “umani” potranno essere sostituiti da intelligenze artificiali?

Non credo. Abbiamo molti ottimi sistemi elettronici, robot, capaci di eseguire micromanipolazioni, utilizzati soprattutto in chirurgia. Se questo va a beneficio dei pazienti, perché no? La tecnologia aiuta moltissimo ed è significativa in tutti i rami della ricerca – penso a nuovi metodi, indagini di laboratorio, strumenti endoscopici e molti altri – ma io dico ai miei studenti che i pazienti sono prima di tutto esseri umani, con un’anima, paure, emozioni, aspettative … soprattutto quando sono malati … sono così fragili e sensibili … direi proprio che gli esseri umani necessitino di “umanità”.

Una domanda personale. Quanto è difficile essere uno scienziato “donna”? È stata costretta a fare dei sacrifici, relativamente alla sua vita privata?

Sacrifici? Cosa vuol dire, esattamente? Non credo di essere stata costretta a sacrificare qualcosa in nome della medicina e della scienza … e se sì, ne è valsa la pena. Uno scienziato donna ha molti vantaggi, signor Wendler. Per prima cosa, le donne hanno un sesto senso, che è importante in medicina come per la scienza, ed è l’intuito. Per qualcuno la scienza è un serie perfetta di numeri, schemi, dati, eventi statistici, ma c’è anche bisogno di avere istinto o intuito. E poi, e la prego di considerare questa risposta come personale, noi signore siamo più sveglie e … “multitasking”.

Non discuto. Una domanda molto delicata, ma devo farla. Ha mai dovuto prendere una decisione che andava contro il Giuramento di Ippocrate o contro i suoi principi?

No, mai. Io però non curo pazienti direttamente, sono più coinvolta nell’insegnamento e nella ricerca. Più o meno, tutti combattiamo cercando si seguire i nostri principi e regole. Lei ha mai assistito alla cerimonia del Giuramento di Ippocrate? Non si può dimenticare una cosa che ti ha lasciato senza respiro, che ti fa sentire che c’è qualcosa di più grande

di noi … è una questione sacrosanta.

Dott.ssa Plevkova, abbiamo visto che le ricerche/progetti che lei porta avanti comportano l’uso di animali. Molte persone ed organizzazioni in Europa usano definire queste pratiche “tortura”. Tenendo sempre presente che l’obiettivo finale è il benessere degli uomini, lei realmente pensa che queste pratiche siano utili?

La ricerca sugli animali salva delle vite. Questo è ciò che dico ai miei studenti ogni volta. È davvero necessario. Abbiamo qui corsi speciali, per gli studenti di medicina, circa il lavoro scientifico, la ricerca … e quando questi corsi iniziano gli studenti sono scettici sull’uso di animali. Più avanti, però, imparano quanto importante sia la sperimentazione su animali, e adesso le leggi dell’Unione Europea – ed anche quelle slovacche – sono molto restrittive riguardo questa attività. Così se si vuol fare della ricerca su animali, si DEVE rimanere entro regole e principi, cosa non facile, vista la quantità di lavoro amministrativo e di scartoffie da riempire, che richiede molte energie. Infine, se qualcuno, alla fine dei corsi, non fosse ancora convinto … cosa dirgli di più? Esistono nuove medicine i cui effetti sono ancora sconosciuti ma che potrebbero salvare delle vite. Lei rifiuterebbe di testarli su degli animali e darli direttamente ai suoi bambini? No, vero? Gli scienziati che effettuano queste sperimentazioni hanno il massimo rispetto per questi esseri viventi, perché noi tutti sappiamo quanto sia importante il loro aiuto e contributo alla conoscenza.

Lei ha figli, Dott.ssa Plevkova? Riesce a gestire con successo allo stesso tempo, le sue cure materne con la sua carriera scientifica?

Come può vedere, non posso. Ho due bellissimi figli, che crescono velocemente, così cerco di godere della loro compagnia  più tempo che posso perché,  presto, se ne andranno con altre donne. È sempre una questione di priorità e la mia famiglia è stata e rimane priorità. In secondo luogo, è anche una faccenda di equilibrio nella vita. Quindi cerco sempre di gestire il mio tempo in modo da coprire entrambe le cose, famiglia e lavoro … di essere, appunto, “multitasking”. I miei figli … sono il miglior relax quando sono stanca del lavoro … e viceversa.

In molti paesi cattolici l’aborto è oggetto di dure discussioni, qualche volta accompagnate da violenza ed intolleranza. Noi siamo assolutamente d’accordo con l’importanza della prevenzione e sul fatto che esiste una grande differenza fra aborto terapeutico e controllo delle nascite. O non è così?

Risponderò solo ed unicamente dal punto di vista personale. Certo che c’è differenza. L’aborto non è contraccezione. Ci sono tantissime sostanze con azione contraccettiva, le ragazze e le donne le possono prendere, dopo aver naturalmente parlato con il loro medico. Direi, anzi no, affermo che la vita umana è un miracolo e merita di essere protetta, proprio dal momento in cui essa inizia. Non è questione di essere o meno cattolici, stiamo parlando di esseri umani, ed io sono orgogliosa di essere donna e madre. Sfortunatamente ci sono circostanze in cui l’aborto dovrebbe essere preso in considerazione: malattie, anormalità genetiche … io però non sono un’esperta in questo campo … ciò che posso dirle è che non avuto esperienza più bella di quella di aver portato dentro di me i miei figli. È abbastanza chiaro?

Lei pensa che la collaborazione fra studenti, professori ed istituzioni universitarie con università e società di altri paesi possa aiutare ad incrementare il livello di professionalità e quindi migliorare i servizi offerti ai cittadini?

Assolutamente. È davvero necessario. Ho lavorato molto, ed ho avuto l’opportunità di lavorare con scienziati come Brendan Canning, Jacklin Smith, Justina Antosiewics… e molte, molte persone che mi hanno ispirata e penso che queste collaborazioni contribuiscono al progresso della ricerca. Qualsiasi cosa si faccia … è necessario andare avanti, facendo piccoli passi, magari, se non si hanno sufficienti risorse o ci sono problemi tecnici o qualsiasi altro impedimento. Però queste collaborazioni posso portare a considerare, ad esempio, aspetti nuovi di una cosa che hai già fatto, ma non perfezionato. La ricerca medica è per la gente, per i  pazienti, per poter dare loro nuovi metodi diagnostici e nuove cure per le malattie di cui soffrono … e, infine, SPERANZA, essi aspettano … pensi se un domani qualcuno bravo scopre qualcosa di davvero efficace contro il cancro? Lavorare insieme significa aumentare queste opportunità, essere più efficienti come team. Quello che dico ancora ai miei studenti, è: non puoi salvare tutti, ma almeno provaci. E questo è quello che facciamo, ogni giorno, tentando e cercando di dare nuove speranze e progresso nella medicina.

(Franco Wendler)

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