Korec: sessant’anni di missione episcopale in Slovacchia, dalla Chiesa del silenzio alla rinascita

La sera del 24 agosto 1951, in un appartamento di Bratislava, il ventisettenne gesuita slovacco Jan Chryzostom Korec, oggi Cardinale, divenne il più giovane Vescovo del mondo. Un’ordinazione episcopale clandestina, «fatta in tutta fretta con la paura che la Polizia facesse irruzione da un momento all’altro», come ha ricordato lui stesso, che appena un anno prima era segretamente divenuto sacerdote.La scorsa settimana, dunque, il Cardinal Korec ha celebrato i suoi 60 anni di episcopato, mentre gli 87 anni di età li aveva compiuti a fine gennaio. Papa Benedetto XVI ha inviato al Cardinale un messaggio tenero nel quale esprime la propria gioia per l’anniversario definendo “giorno memorabile” l’ordinazione episcopale del Cardinale Korece e ricorda quindi «il suo ministero episcopale, svolto in modo esemplare durante tanti anni», lodando la fedeltà del porporato definendolo «pastore operoso, fedele e prudente».Nato a Bosany (diocesi di Nitra) il 22 gennaio 1924 da una famiglia operaia, entrato nella Compagnia di Gesù a quindici anni, interruppe gli studi filosofici nel 1950, in seguito alla soppressione in Cecoslovacchia degli Ordini Religiosi.

Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 1° ottobre 1950 all’età di 26 anni e meno di un anno dopo, a 27 anni, ricevette clandestinamente l’ordinazione episcopale dal Vescovo Pavel Hnilica.Erano anni duri, per tutti, nella Cecoslovacchia di quel tempo. Anni di purghe dove anche chi aveva contribuito a creare lo Stato socialista che era al potere dal 1949 era guardato con sospetto e spesso accusato di tradire l’ortodossia del partito unico. Tempo di processi e sentenze. E per la Chiesa erano anni molto bui, dove le ordinazioni venivano eseguite in clandestinità, e nel frattempo i preti e pure i Vescovi dovevano comunque lavorare, un lavoro laico, secolare, e spesso duro. Questo anche il caso di Jan Korec, che è stato un campione della cosiddetta Chiesa del Silenzio, dove i Vescovi erano in prigione o agli arresti domiciliari, e così i preti (si parla di 3.000 di loro imprigionati) e i religiosi e suore deportati, con chiese, monasteri e conventi chiusi, e lo stesso accadde a dieci seminari su dodici nel Paese nel corso di quella che Korec ha chiamato in un suo libro la “notte dei barbari”, tra il 13 e il 14 aprile 1950.Korec svolse la sua missione episcopale in fabbrica (lui stesso diceva di non aver problemi a lavorare da operaio, lo faceva come missione) e per nove anni andò tutto bene. Ma nel 1960 fu scoperto e messo in carcere dopo un processo-farsa con l’accusa di spionaggio, tradimento della patria e anche di fedeltà al Papa (accusa, quest’ultima che lui riteneva un onore). Durante la detenzione, dura e con lavori forzati, celebrò quando possibile ogni giorno la Messa quale atto di resistenza, anche nei duri periodi di isolamento, per superare i quali usava pregare e ripassare a memoria i testi teologici.

Più volte durante la prigionia scrisse al Ministro della Giustizia per chiedere la riabilitazione, con lettere che lasciano trasparire la grande scorza dell’uomo: «Non ho ammesso né ammetterò mai di aver coscientemente commesso le infrazioni alla legge o alla Costituzione di cui sono stato accusato. Ho già esposto la mia opinione sullo svolgimento del processo e non la cambierò. Non contesto il fatto di aver aiutato dei giovani nello studio della teologia e di averli anche ordinati sacerdoti, però mi rifiuto di considerare questi atti come delitti e tanto meno come tradimento», scriveva. «Con il processo che mi fu fatto si è reso un cattivo servizio alla giustizia slovacca», affermava nei suoi scritti. «La Giustizia non può servire che la Verità: questo è scritto sul palazzo di Giustizia di Bratislava. Per questa giustizia si sono battuti nella storia slovacca uomini coraggiosi ed onesti. Non chiedo grazia: mi appello semplicemente alla Verità, alla Legge e alla Giustizia».Riabilitato nel 1968 per una amnistia generale nel corso del disgelo della Primavera di Dubcek, uscì di prigione gravemente ammalato e nel processo del 1969 il giudice lo riabilitò totalmente.

Lavorò poi come netturbino a Bratislava e in seguito in una fabbrica di catrame, e per la prima volta celebra la messa in pubblico. Ma la salute andava male.Nonostante questo, ottenne il permesso di recarsi a Roma, dove incontra Paolo VI che gli consegna le insegne episcopali. «Un incontro commovente» ricordava il Cardinale. «Paolo VI volle che gli raccontassi tutta la mia storia. Si mise a piangere quando gli dissi che anche in carcere si può fare del bene e di come un giovane criminale si era convertito grazie alla mia amicizia. Al termine dell’udienza mi regalò il suo anello, la croce pettorale e due mitrie che portava quando era Arcivescovo di Milano».Nel 1974 venne annullata la riabilitazione del 1969, fu di nuovo incarcerato per scontare i quattro rimanenti anni della sentenza iniziale di dodici anni, poi fu rilasciato in seguito alle non buone condizioni di salute. Finì come magazziniere in una fabbrica di prodotti chimici, dove scaricava barili. E questo fino ai sessant’anni, quando andò in pensione nel 1984. In occasione dei 25 anni di episcopato, nel 1976, i giornali esteri scrivevano di lui: «C’è un uomo a Bratislava che fa paura al partito ateista cecoslovacco. Si chiama Jan Korec e lavora come operaio in una grande fabbrica. Benché sofferente di asma polmonare è obbligato a compiere lavori pesanti: caricare e scaricare tutto il giorno grossi bidoni di catrame. Quando le forze lo abbandonano non può aspettarsi nessuna compassione, perché è un cittadino di terza categoria: sui suoi documenti c’è il marchio di condannato per ‘tradimento della Patria’».

Nonostante i controlli e le vessazioni della Polizia segreta (la famigerata StB) continua a incontrare fedeli di ogni età. Lui non si fa  intimidire e mantiene contatti con il dissenso civile. Per evitare le “cimici” nel suo appartamento si costruisce un cilindro vuoto fissato su un treppiede: mentre lui parla da un lato, l’interlocutore lo ascolta dall’altro, e viceversa.Il 6 febbraio 1990 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo nominava Vescovo dell’antica diocesi di Nitra (fondata nell’anno 880), e nel 1991 Cardinale, posizione dalla quale lavorò per ricostruire la Chiesa slovacca dalle sue ceneri, e divenendo per molti anni Presidente della locale Conferenza Episcopale. Korec ha accolto in Slovacchia Beato Giovanni Paolo II per ben tre visite pastorali – nel 1990, nel 1995 e nel 2003. «Senza il legame con il Papa – riconosceva – non avremmo mai resistito alla persecuzione». A Nitra si è ritirato nel 2005 tenendo il titolo di Vescovo Emerito. È uno dei due soli Cardinali slovacchi viventi.

(La Redazione. Fonti: vatican.va, charta77.org, lucisullest.it)

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