Perdonare ma non dimenticare, dice Gasparovic all’anniversario dell’invasione del 1968

Ieri, 21 agosto, a 43 anni dall’invasione della Cecoslovacchia portata a termine dai “fratelli” del Patto di Varsavia, nella posa di fiori compiuta presso la lapide dedicata alle vittime, il Presidente Ivan Gasparovic ha invitato i suoi connazionali con queste semplici parole: «Perdona, ma non dimenticare». Quei fatti, ha detto Gasparovic, sono già divenuti storia, «ma una storia che ci ha insegnato per molti aspetti, e ci incoraggia ad apprezzare i valori proposti a partire dal 1989. Siamo divenuti liberi, ma non è stato a costo zero. Molte persone hanno perso la vita allora,.. e siamo qui a batterci per coloro che sono morti», ha detto il Presidente, aggiungendo che ora si tratta di combattere non con le armi ma con mezzi democratici. «Con la libertà, l’uguaglianza …, … e la solidarietà, che è così necessaria in questo momento», ha aggiunto.

Nelle stesse ore, si teneva a Poprad (nella regione di Presov) una commemorazione presso il monumento alle vittime dell’occupazione, organizzata dall’Associazione mondiale degli ex-prigionieri politici cecoslovacchi. Il segretario dell’associazione, Frantisek Bednar, ha lamentato la bassa affluenza per una scarsità di fondi a disposizione. «Semplicemente, non c’è alcun interesse tra i politici per la data del 21 agosto», ha detto, aggiungendo che è una vergogna che non sia stato eretto nessun memoriale nazionale per le vittime dell’occupazione. «Negli oltre 20 anni dalla Rivoluzione [di Velluto] del 1989, i nostri politici non sono neanche riusciti a far passare l’idea di un monumento nazionale per le vittime dell’occupazione, né hanno riconosciuto il 21 agosto come giorno di commemorazione», ha detto Bednar.

L’invasione che le truppe del Patto di Varsavia hanno portato a termine in Cecoslovacchia nell’agosto 1968, già dal primo giorno ha provocato la morte di diverse persone, e subito ha fatto seguito la persecuzione di coloro in disaccordo con la linea dominante pro-sovietica, ha scritto ieri il Primo Ministro slovacco Iveta Radicova (SDKU-DS) in una dichiarazione per l’anniversario. Il regime che ha seguito l’invasione era basato sulla corruzione – coloro che hanno accettato l’occupazione e la successiva ‘normalizzazione’ hanno ricevuto sicurezza sociale ed esistenziale, ha ricordato il Premier.

«La normalizzazione ha confermato il carattere criminale del regime comunista che si era radicato principalmente con i processi politici negli anni Cinquanta. Il risultato del cinismo e del carattere inumano del regime comunista è stato un gran numero di vittime innocenti, la devastazione dello spirito, la distruzione dei valori della civiltà europea, la devastazione dell’economia e la cancellazione della memoria storica», ha detto la Radicova.

«Grazie a questi fattori, il percorso della democrazia dopo il novembre 1989 non è stato facile. Vent’anni di libertà hanno dimostrato tutta la sua fragilità e vulnerabilità. Il terzo decennio della nostra democrazia, quindi, dovrebbe essere un periodo di affermazione dello Stato basato sul diritto, sulla democrazia e le sue istituzioni, e sullo sviluppo della società civile», ha detto la Radicova.

L’invasione della Cecoslovacchia, compiuta da cinque eserciti del Patto di Varsavia – Unione Sovietica, Bulgaria, Germania Est, Ungheria e Polonia – ha avuto luogo la notte tra il 20 e il 21 agosto 1968. Solo la Romania di Ceausescu rifiutò di prendere parte a questo “atto di solidarietà internazionale”, come venne chiamato allora. L’operazione fu pensata da Breznev e i suoi per fermare la riforma politica del regime comunista cecoslovacco guidato da Alexander Dubcek. Più di 100 slovacchi e cechi sono stati uccisi durante l’intervento, mentre altre 500 persone patirono gravi lesioni. L’analista politico Juraj Marusiak commentava qualche mese fa che l’invasione ha avuto un impatto sul comportamento delle persone. «È stato un trauma enorme per la società», la gente ricorda la presenza dell’esercito come una minaccia che proveniva dall’interno del proprio Paese, ha detto.

Il Premier Iveta Radicova, nell’incontro dello scorso maggio a Bratislava col Primo Ministro russo Vladimir Putin, chiese che il Governo russo aiuti a chiarire l’argomento della lettera a Mosca del 1968. Allora, alti dirigenti comunisti inviarono a Leonid Breznev una lettera accusando Dubcek di eccessive aperture liberiste nel corso della cosiddetta Primavera di Praga. E chiesero l’aiuto del gigante sovietico e dei Paesi satelliti per riprendere il controllo della società che a sentir loro si stava disgregando «sotto la pressione delle forze di destra» che a sentir loro controllavano i media, con un concreto «pericolo di controrivoluzione». La lettera è stata a lungo “usata” dall’Unione Sovietica come scusa quale “invito” per intervenire con le proprie truppe, riportando il controllo totale della Cecoslovacchia in mani “sicure” e dando via alla cosiddetta stagione della “normalizzazione”.

Tra le varie immagini che sono divenute simboli non solo dell’invasione della Cecoslovacchia, ma di tutti i tentativi di democrazia soppressi con la violenza, una in particolare ha colpito l’immaginario collettivo, ed è stata scattata a Bratislava proprio il 21 agosto 1968. Si tratta di un uomo che si apre la camicia davanti alla canna di un carro armato sovietico, in un atto di sfida impossibile. Il fotografo era lo scomparso e poco conosciuto Ladislav Bielik, che documentò le prime due giornate, le più drammatiche, dell’invasione, mostrando l’incredulità della gente per strada, ma subito dopo anche la volontà di capire. Capire perché i “fratelli russi” fossero venuti a “salvare” il popolo cecoslovacco, quando non ce n’era nessun bisogno. Peraltro, molti dei soldati, dei carristi che troviamo immortalati nelle fotografie, nemmeno sapevano dove si trovavano, pensavano di essere ancora in Unione Sovietica, vasto impero dalle molte lingue ed etnie. E gli slovacchi parlavano loro, spiegando che nessuno li voleva, cercando inutilmente di persuaderli che dovevano tornarsene a casa. Proprio in quei giorni, infatti, alla rabbia violenta di vedersi invasi prevalse la calma e il ragionamento. La stessa radio pubblica cecoslovacca invitava tutti alla calma, ad evitare qualunque atto che potesse sembrare una provocazione verso i militari stranieri, considerando la loro enorme superiorità numerica e militare, contro la quale i cecoslovacchi nulla avrebbero potuto. E proprio questi inviti al raziocinio furono probabilmente la ragione per cui un’azione tanto vasta come l’invasione di un intero Paese portò a un numero in fin dei conti piuttosto limitato di vittime.

(La Redazione)

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