Roberto Cosolini: a Trieste un Sindaco del “fare” (2a parte)

Arrivato sulla poltrona di primo cittadino della città giuliana poche settimane fa, Roberto Cosolini mostra idee molto chiare su dove lo porterà il suo mandato elettorale, e rivendica l’importanza di Trieste ben al di là della sua stazza, che oggi conta poco più di 200 mila residenti, quando erano oltre 300 mila non molti anni fa. Cosolini è stato imprenditore e dirigente di CNA dagli anni ‘80, e Assessore al Lavoro, Università e Ricerca in Regione Friuli con Presidente Riccardo Illy fino al 2008. Qui di seguito la seconda parte dell’intervista che abbiamo iniziato a pubblicare ieri.

Turismo. Qualcuno ha definito Trieste “città del mare”. Ma Trieste andrebbe avvicinata di più al mare, valorizzando alcune opere come il Porto Vecchio, non più utilizzabile come scalo merci. Cosa ne pensa?

Trieste è una “città SUL mare” e non una “città del mare”… Non lo è più, si è allontanata dal mare. La stessa ristrutturazione della viabilità sulle rive (il lungomare) ha praticamente messo un’autostrada fra la città e il suo mare. A riprova di questo, lei pensi che dal porto fino ad oltre Barcola [zona balneare fuori Trieste – NdR], quindi per diversi chilometri, non è possibile bere un caffè SUL mare… non solo, non si può camminare sul mare… molte zone in cui sarebbe possibile farlo sono adibite a parcheggio, per cui una eventuale passeggiata sarebbe penalizzata. Va valorizzato il mare: ad esempio, i parcheggi sotterranei renderebbero disponibile il lungomare, con conseguente arredo urbano attraente per cittadini e turisti; bisognerebbe creare una cultura del mare, con musei (il vecchio Museo del Mare andrebbe rivisitato…) ed eventi che legano il mare alla città. Come lei afferma, il Porto Vecchio non può più essere “porto”: non ha collegamenti, ma solo vecchi magazzini. Vedrei molto bene una sua riqualificazione in chiave turistico – commerciale. Oggi, finalmente, si può fare.

Gli anziani. A Trieste costituiscono una percentuale molto elevata della cittadinanza e questa è una città in cui i servizi agli anziani sono molti e di livello elevato. Ma l’aspettativa di vita aumenta sempre di più, anno dopo anno. Si può, oggi, fare di più?

Io credo che si debba sempre tendere a fare di più e meglio, perché la crescita qualitativa della vita delle persone è il metro con cui noi misuriamo il progresso della comunità. Per gli anziani si può fare di più? Sì, si può… noi dobbiamo affrontare la peggior malattia di queste persone: la solitudine. Dobbiamo offrire maggiori servizi affinché le famiglie possano tenere gli anziani in casa e quindi ricorrere alle case di riposo come ultima ratio, e/o, in alternativa, creare le condizioni affinché gli anziani possano avere una vita autonoma. Per cui: assistenza domiciliare, centri diurni di supporto per chi non può seguirli durante la giornata lavorativa, strutture come i condomini solidali in cui una serie di persone, supportate da servizi, riportino gli anziani ad una vita autonoma che, altrimenti, sarebbe loro negata. Noi vorremmo fare una sperimentazione sull’asse giovani/anziani, per esempio: i giovani universitari che vengono qui a studiare e che devono risolvere il problema dell’abitazione, potrebbero veder risolta la cosa dal Comune che offre loro alloggio, in cambio (scambio) di un servizio (che non è proprio come fare da badante…) come magari condivisione di attività, assistenza parziale agli anziani, fare la spesa, una passeggiata, qualche pulizia in casa. Questo ci aiuterebbe anche a ricostruire un senso della comunità, dell’assistenza ed aiuto reciproco, perché siamo stati ubriacati da una ventina d’anni di individualismo esasperato e sfrenato che alla fine, ci ha lasciati tutti un po’ più poveri. Se non riscopriamo il valore dell’affrontare i problemi stando assieme… che vuol dire pubblico e privato insieme, ma anche fra soli cittadini, noi non ce la faremo. Potrei anche dire che la domanda di servizi e qualità è crescente e questo è un metro del progresso, ma le risorse pubbliche non crescono di pari passo. Non riusciamo più quindi a soddisfare questa domanda facendo crescere l’investimento pubblico. Abbiamo bisogno di ricorrere ad altre cose. Da questo punto di vista, il contributo delle persone fianco a fianco con il pubblico potrà risultare determinante per la risoluzione di questi problemi.

Trieste, Piazza della Libertà

L’Est Europa. Trieste è sempre stata considerata una porta verso l’Oriente. Oggi, questa “porta” si è spostata? O è sempre qui?

Beh… diciamo che una volta questa porta costituiva un po’ una rendita di posizione; oggi, il fatto che non ci sia più il muro che circonda la porta, significa che la posizione te la devi conquistare. Voglio dire che questa “posizione” e quindi “rendita” te la giochi non perché stai seduto qui, ma perché qui puoi giocare un “ruolo”. Da una rendita di posizione siamo passati ad una “opportunità”. Un’opportunità te la giochi o non te la giochi. Trieste, fino ad oggi, questa opportunità non se l’è giocata sufficientemente. Un esempio: la città, per il suo sistema universitario e di ricerca, dovrebbe candidarsi ad essere un centro di alta formazione, anche post universitaria, per i giovani dell’est europeo. Ne ha tutte le caratteristiche: un avanzato sistema scientifico e alcune grandi società che sono presenti in Est Europa, penso ad Assicurazioni Generali, che hanno la capacità di mettere insieme università e privato. Esistono poi una serie di comunità che facilitano l’inserimento: abbiamo una forte comunità serbo-ortodossa, una rumena… chi arriva qui non è solo. Perché non facciamo un progetto per cui ogni anno 2-300 giovani destinati a diventare la classe dirigente di quei paesi, vengono a prendersi una laurea specialistica o un master in questa città? Questi giovani, poi, che restino qui o tornino nel loro Paese, comunque formeranno dei legami, dei ponti fra la città che li ha formati e le loro altre esperienze di vita. Queste cose si possono fare se il sistema si orientasse verso una piattaforma tutta in lingua inglese, non possiamo pensare che questi ragazzi vengano qui ed imparino l’italiano, dovrebbe per forza essere un’operazione su scala internazionale. Ecco perché dico che non è la collocazione geografica che ti dà una rendita di posizione, ma il fatto di giocare un ruolo.

Un grazie al Sindaco Cosolini, e un sincero augurio di buon lavoro e di successo.

(Franco Wendler)

(vedi la prima parte)

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