Mostra a Bratislava: Il segno di D’Alessandro, segno come archetipo

Interessante figura di artista e intellettuale, impegnato a tutto campo nel dibattito culturale del nostro tempo, scrittore e critico d’arte, Nicolò D’Alessandro è senz’altro un artista “popolare” e popolare in due sensi: nel senso che la notorietà presso il vasto pubblico è alta in un Paese che è noto essere abbastanza sordo alla ricezione del messaggio artistico; ma anche nel senso che è uno dei pochi artisti di livello a porre al centro della propria opera una tematica esistenziale ricca di riferimenti narrativi e di suggestioni letterarie largamente accessibili.

Il tempo creativo di D’Alessandro è scandito da vari momenti in cui trova posto anche la sua crescita esistenziale. La sua scrittura è propria di chi vede nel segno il senso filologico, l’andamento ritmico; il suo è calligrafismo, scrittura in chiave artistica del pensiero, dialogo continuo, spazio ideale in cui annegare se stesso, filosofia gestuale e segnica, ricerca del contorno, è poesia visiva, è distico elegiaco, è canto del mito, è ode al tempo, è sospensione temporale e senso dell’attesa; la sua è ironia ma anche scherzo, satira e favola. Dietro questo suo “narrare” c’è una mano che guida veloce il segno, in un continuo fluire di linee che si avvitano su se stesse, che aleggiano, volteggiano, si fanno spirale ma ritrovano sempre una via d’uscita da quel labirinto che esse stesse continuano a creare.

La prima parte della sua vicenda artistica si svolge sotto l’influenza dei grandi del passato: Dürer, Bosch, Schongauer, Rembrandt, Pisanello, Mantegna, Carpaccio. Ma c’è una seconda parte di questa vicenda, una parte nascosta che corre sottesa ai suoi lavori. E corrisponde al momento di chi ricerca se stesso e a se stesso tende. Ma cosa c’è di più creativo nella vita quando narcisisticamente ci si rispecchia per ritrovare il non detto e quindi, alla fine, proprio per superarsi? È il D’Alessandro degli anni ’70 quando espone tele bianche per poi, subito dopo, lanciarsi nell’avventura segnica. È il D’Alessandro di questi ultimi anni che, dopo un de-vastante incendio che gli sottrae buona parte delle sue opere, si lancia alla spasmodica ricerca di esse.

“Sicelides Musae, paulo maiora canamus” diceva Virgilio all’acme della sua ispirazione poetica, in quelle bucoliche che nacquero proprio conte ricostruzione della lacerazione, della perdita di un qualcosa che fortemente gli apparteneva, le sue terre.

Ed è proprio questa purezza di stampo virgiliano, questa bellezza elevata a canto che più amo in D’Ales-sandro: l’avere e il dare, il prendere e il restituire. Una vicenda dolorosa quella dell’incendio. Uno strappo ricucito nelle sue opere di oggi. Opere che ricercano le altre opere in un dialogo continuo, in una voce che diventa ponte fra culture. Il molndo dei classici, Mantegna e Carpaccio innanzitutto, si fonde ora con la cultura del vicino Oriente da cui l’artista proviene come diretta filiazione, in un intrecciarsi di forme e in un aggrovigliarsi di scritture, in un immergersi nell’oro bizantino e in un trasmigrare nel mondo della diaspora, in una felice sintesi di scritture diverse dove la parola è il momento magico che avvicina e allontana, dove tutte le lingue, alla fine, si assomigliano e l’unico vero segno è quello della scrittura.

Il segno di D’Alessandro è sempre, anche oggi, un “giocare” di spada e di fioretto, di rottura e ricomposizione, di sottile e laboriosa tessitura, quasi a significare che la vita è un rincorrersi di pulsioni, di passioni, di energie che troppo spesso non trovano spazio espressivo nel vivere quotidiano e nella storia, tanto da aver bisogno di una diversa rappresentazione che corrisponde poi alla novità del suo far arte, all’essere artista e poeta, ad essere dirompente, trasgressivo ma anche classico.

Ma c’è un’altra diversità in D’Alessandro che è un altro incontro di cose, in apparenza opposte, che formano il significato così nuovo della sua arte: il fondamento necessario e irrinunciabile di essere un’arte di denuncia, diciamo pure la parola ormai sgradita, di impegno; affiancare, con animo doloroso e partecipante la lotta, la vita, l’apparizizione, la sopravvivenza e la morale del mondo dei semplici. Questo da un lato; e dall’altro essere un’arte di simbolo, di evocazione, di sogno imprigionato e solidificato, di poesia difficile, di “angoscia sorridente”.

Abbandonata l’iconografia, anche se memorie inconsce riemergono a volte nei grovigli del segno, D’Alessandro costruisce l’opera sul rapporto “segno nero-zona bianca”. Un rapporto costruito attraverso la scansione ritmica dei gesti, dei grumi, degli incavi che attraversano il corpo della rappresentazione, segnano il nero d’altro nero, quasi a far emergere una nuova e innaturale luminosità. Al cupo spessore dello sfondo, l’artista aggiunge l’ultimo gesto, la traccia della mano che vaga libera, fuoriuscendo dall’involucro, definendo una tensione con la precarietà dell’equilibrio, sempre ricercato e sempre stravolto. Il tema della memoria, che sa di paesaggio dell’animo, il tema della vitalità ritrovata nella cavità in cui la lastra deposita il suo nero, emergono per interna e involontaria sedimentazione. Le tavole brulicanti sembrano disvelarsi per forza di segno; la vitalità è nell’opera, non fuori di essa; metaforicameme è nell’arte e non nella vita.

Teresa Triscari
(Direttore Istituto Italiano di Cultura-Bratislava)

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