Dzurinda a Londra sulla Libia: anche gli slovacchi hanno lottato per la democrazia

«È giunta l’ora per la comunità internazione di aiutare a far partire il dialogo politico in Libia», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Mikulas Dzurinda alla conferenza tenutasi ieri a Londra. I Ministri degli Esteri dei 37 Paesi che fanno parte della della coalizione che sostiene le operazioni di no-fly zone in Libia sotto l’egida dell’ONU si sono incontrati per discutere il futuro del Paese nordafricano utilizzando «il dialogo, la migliore delle armi. Siamo molto preoccupati del massacro perpetrato dal regime di Muammar Gheddafi contro i suoi stessi cittadini e questo è il motivo per cui comprendiamo ed abbiamo sostenuto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU», ha dichiarato Dzurinda.

Inoltre, ha aggiunto, la comunità internazionale dovrebbe provare a calmare la situazione il prima possibile e sforzarsi per far sì che la discussione tra tutti gli interessati, da Bengasi a Tripoli, porti alla formazione della nuova Amministrazione statale libica che garantirà la pace e consentirà a tutti i libici di governare il proprio Paese.

Il capo della diplomazia slovacca ha aggiunto che gli slovacchi hanno comprensione per la rivoluzione in Libia. «Come Slovacchia, siamo preparati a favorire tale processo, probabilmente perché proveniamo da un processo analogo, da una società restrittiva in cui solo uno poteva decidere, verso una società libera dove le persone scelgono le persone che poi decideranno per loro. Vorremmo condividere la nostra esperienza, e allo stesso tempo contribuire alla ricostruzione della Libia», ha concluso Dzurinda, che ritiene prossimi i tempi della pace e ricostruzione in Libia.

Alla conferenza di Londra alcuni si sono spinti a promuovere la fornitura di armi ai ribelli, finchè Gheddafi non si pieghi alla risoluzione dell’ONU. Questa è la posizione degli Usa, rappresentati al vertice dal Segretario di Stato Hillary Clinton. Tutti, al vertice, hanno concordato che il tempo di Gheddafi è finito, e se ne deve andare, e, sottinteso, con le buone o con le cattive. La proposta americana viene dopo 2 giorni in cui, dopo una forte e veloce avanzata delle truppe ribelli verso ovest (400 km – di deserto – in un giorno in direzione Tripoli, fino alle porte di Sirte), c’è stato un arresto, o meglio un ripiegamento, per una ripresa degli attacchi da parte delle truppe fedeli al regime. Lo stop dell’avanzata ha reso chiaro a tutti che i ribelli possono attaccare solo quando i radi aerei della NATO fanno “pulizia” davanti a loro degli armamenti del regime.

L’esilio di Gheddafi «è uno degli argomenti di cui abbiamo parlato», ha detto il Ministro degli Esteri italiano Frattini, precisando però che non gli si potrà «promettere un salvacondotto», ricordando che l’Italia è uno dei Paesi fondatori della Corte Penale Internazionale. Frattini ha anche rilanciato il ruolo dell’Unione africana, ieri non presente all’incontro. «Non è un segreto che [l’Unione africana] possa fare da leva, ma queste cose per avere successo devono essere fatte con discrezione», ha concluso Frattini. Oggi poi arriva una comunicazione della Farnesina, tramite il suo portavoce Maurizio Massari, che avverte che «armare i ribelli sarebbe una misura controversa, una misura estrema e certamente dividerebbe la comunità internazionale», dunque l’Italia, almeno per ora, sembra contraria. E mentre la Clinton informava che suoi inviati si sarebbero recati in Libia per trattare l’esilio di Gheddafi, la Gran Bretagna invece esclude qualunque trattativa al riguardo. Contrario all’esilio il Consiglio Nazionale di Transizione libico, che invece vuole portare Gheddafi alla sbarra per i suoi crimini.

(La Redazione)

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